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autore del post associazionencl
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contributo inviato da associazionencl il 11 marzo 2017
FA’AFAFINE, BELLEZZA SENZA FINE



Nel suo “Il tallone di ferro” ( romanzo distopico di autentica profezia sul destino della società, pubblicato agli inizi del XX secolo ) Jack London scriveva, riferendosi a quei ricchi borghesi che opprimevano la collettività inseguendo fini di profitto e potere, “Il loro metodo era quello della asserzione, della supposizione e della condanna”. Queste stesse parole non possono non venire in mente se si ripensa alla polemica esplosa in Basilicata alla sola notizia dell’arrivo in teatro di “FA’AFAFINE”, opera meritoriamente pluripremiata che non è nulla, ma proprio nulla di tutto quello che è stato raccontato da quel manipolo di benpensanti che pure sono riusciti ad armare una piccola crociata parlando di “promozione della teoria gender” (fantomatica teoria gender !), di ambiguità ed incertezze”, addirittura di “volontà di abbattere la dualità maschile e femminile a favore di una sessualità fluida e indefinita” e di “attacco violento alla figura dei genitori e della famiglia”. Il loro metodo era quello della asserzione, della supposizione e della condanna, appunto. Perché chi volesse trovare tutto questo, dovrebbe al più sperare che qualcuno avesse in grado di mettere in scena la fiction che la premiata ditta Pace, Bradascio e Spada si è immaginata nei suoi pensieri evidentemente tormentati da spauracchi medioevali e controriformistici. “FA’AFAFINE”, infatti, è veramente e totalmente tutt’altra cosa: una fiaba, in sostanza, una fiaba dei nostri tempi che esattamente come una fiaba rappresenta il percorso di formazione del protagonista alla ricerca della definizione della propria identità. Una fiaba in cui non ci sono boschi e non ci sono lupi, nella quale invece il buio e la paura si concretizzano nella cameretta di Alex, luogo di rifugio dallo smarrimento e dal tormento, ma anche luogo di separazione e autoemarginazione, nonché nel buco della serratura da cui due genitori ansiosi, preoccupati, spaventati non riescono ad affacciarsi totalmente su quel figlio che appare un orizzonte sconosciuto. Alex, non diversamente da tanti altri amatissimi protagonisti di fiabe, è alla ricerca di un mondo magico dove la sua sensibilità possa avere diritto di cittadinanza, i suoi sentimenti essere accolti e non dileggiati, la sua giovane persona ancora incerta e indefinita sentirsi inclusa e amata senza sgomento. E come tanti altri protagonisti di fiabe alla fine, per fortuna, si accorge che il suo mondo magico può essere appena oltre la soglia di quella stanza in cui la solitudine lascia passare il sogno, ma anche l’incubo del vivere. Alex è un dinosauro, un orsetto, una principessa, un ragazzino con la felpa gialla ora, con le scarpe rosse poi, con l’abito di raso azzurro ancora, col pallone e con Kartika a cui confida le sue pene; e di nuovo con Mr. Pig che parla e piange e proprio come lui non vuol restare solo. Alex si cerca, ma anche i suoi lo cercano, prima quasi complici di una società pronta a giudicare ( la preside, la madre dell’amichetto Elliot), poi finalmente alleati contro quei bulli che stanno uccidendo la personalità di Alex, qualunque essa sia, qualunque essa sarà. Genitori alla fine resi forti dall’amore, capaci di voltare le spalle al pregiudizio e annullare la barriera della porta che pareva dover restare inesorabilmente chiusa tra loro e il figlio.

Questo è “FA’AFAFINE”: una storia bella, a lieto fine, di tenerezza particolare, narrata con delicatezza, con uno straordinario Michele Degirolamo nella parte di Alex, con scenografie e musiche sognanti, con la capacità di toccare il cuore ma anche la testa, di far meditare su certe sofferenze infantili e far emozionare sul lieto fine non tanto per l’abbraccio e la danza allegra di quella famiglia speciale finalmente unita oltre la porta, quanto per la consapevolezza che nella realtà molti di quegli abbracci non si concludono e finiscono piuttosto in voli, in dondolii sospesi, in rivoli di sangue che forse, finalmente, dovrebbero raggiungere la coscienza di una società bigotta ed ignorante. Uno spettacolo che dovrebbero vedere i genitori per acquisire coraggio e consapevolezza e forza, che dovrebbero vedere i bambini per trarne speranza e fiducia. Uno spettacolo che, per la cronaca, è vincitore dei Premi Eolo Awards 2016, Infogiovani 2015, Scenario Infanzia 2014, è selezione Visionari Kilowatt Festival 2016 e finalista Premio Rete Critica promossa dal Teatro Stabile del Veneto ed ha persino ottenuto il patrocinio ufficiale di Amnesty International “ per aver affrontato in modo significativo un tema particolarmente difficile a causa di pregiudizi ed ignoranza, rappresentando con dolcezza il dramma vissuto oggi da molti giovani”.

Ma ad assistere allo spettacolo di giovedì 9 marzo nel Teatro Stabile di Potenza tutti quelli che tanto hanno parlato non c’erano. Il loro metodo era quello della asserzione, della supposizione e della condanna.

                             Anna R. G. Rivelli


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